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| Kakskeelne väljaanne | Edizione bilingue | ||
| Eesti/itaalia keeles | In estone/italiano | ||
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1. Sogliono il più delle volte coloro che desiderano acquistare grazia appresso un principe farsegli incontro con quelle cose che infra le loro abbiano più care, o delle quali veggano lui più dilettarsi; donde si vede molte volte esser loro presentati cavalli; arme, drappi d'oro, pietre preziose e simili ornamenti degni della grandezza di quelli. Desiderando io adunque offerirmi alla Vostra Magnificenza con qualche testimone della servitù mia verso di quella, non ho trovato intra la mia suppellettile cosa quale io abbia più cara, o tanto stimi; quanto la cognizione delle azioni degli uomini grandi; imparata da me con una lunga sperienza delle cose moderne ed una continua lezione delle antiche; le quali, avendo io con gran diligenza lungamente escogitate ed esaminate, ed ora in uno picciolo volume ridotte, mando alla Magnificenza Vostra. E benchè io giudichi questa opera indegna della presenza di quella, nondimeno confido assai che per sua umanità gli debba essere accetta, considerato come da me non gli possa essere fatto maggior dono che darle facoltà di poter in brevissimo tempo intendere tutto quello che io in tanti anni e con tanti miei disagi e pericoli ho conosciuto.
2. La quale opera io non ho ornata nè ripiena di clausule ample, o di parole ampollose e magnifiche, o di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinseco con i quali molti sogliono le loro cose descrivere ed ornare; perchè io ho voluto o che veruna cosa l'onori; o che solamente la varietà della materia e la gravità del subbietto la faccia grata.
3. Nè voglio sia riputata presunzione se un uomo di basso ed infimo stato ardisce discorrere e regolare i governi dei principi; perchè, così come coloro che disegnano i paesi, si pongono bassi nel piano a considerare la natura de'monti e de'luoghi alti, e per considerare quella de'bassi si pongono alto sopra i monti, similmente a conoscere bene la natura dei popoli bisogna esser principe, ed a conoscer bene quella dei principi bisogna essere popolare.
4. Pigli adunque Vostra Magnificenza questo piccolo dono con quello animo che io lo mando; il quale, se da quella fia dilagentemente considerato e letto, vi conoscerà dentro un estremo mio desiderio che ella pervenga a quella grandezza che la fortuna e le altre sue qualità le promettono. E se Vostra Magnificenza dall'apice della sua altezza qualche volta volgerà gli occhi in questi luoghi bassi, conoscerà quanto io indegnamente sopporti una grande e continova malignità di fortuna.
[{De Principatibus}] |
1. Tutti gli stati, tutti i domini che hanno avuto ed hanno imperio sopra gli uomini sono stati e sono o repubbliche o principati. I principati sono o ereditari, de'quali il sangue del loro signore ne sia stato lungo tempo principe, o e' sono nuovi. I nuovi o sono nuovi tutti, come fu Milano a Francesco Sforza, o e' sono come membri aggiunti allo stato ereditario del principe che gli acquista, come è il regno di Napoli al re di Spagna. Sono questi domìni così acquistati o consueti a vivere sotto un principe, o usi ad esser liberi; ed acquistansi o con le armi di altri o con le proprie, o per fortuna o per virtù.
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1. Io lascerò indietro il ragionare delle repubbliche, perchè altra volta ne ragionai a lungo. Volterommi solo al principato, e anderò ritessendo gli ordini sopradescritti, e disputerò come questi principati si possonogovernare e mantenere.
2. Dico adunque che negli stati ereditari ed assuefatti al sangue del loro principe, sono assai minori difficultà a mantenerli, che ne'nuovi, perchè basta solo non trapassare l'ordine de'suoi antenati, e dipoi temporeggiare con gli accidenti, in modo che se tal principe è di ordinaria industria, si manterrà sempre nel suo stato, se non è una straordinaria ed eccessiva forza che ne lo privi: e privato che ne sia, quantunque di sinistro abbia l'occupatore, lo riacquista.Noi abbiamo in Italia, per esempio, il duca di Ferrara, il quale non ha retto agli assalti de'Viniziani nell'ottantaquattro, nè a quelli di papa Giulio nel dieci, per altre cagioni che per essere antiquato in quel dominio. Perchè il principe naturale ha minori cagioni e minore necessità di offendere; donde conviene che sia più amato; e se straordinari vizi non lo fanno odiare, è ragionevole che naturalmente sia ben voluto da'suoi, e nell'antichità e continuazione del dominio sono spente le memorie e le cagioni delle innovazioni; perchè sempre una mutazione lascia lo addentellato per la edificazione dell'altra.
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1. Ma nel principato nuovo consistono le difficultà. E prima se non è tutto nuovo, ma come membro che si può chiamare tutto insieme quasi misto, le variazioni sue nascono in prima da una naturale difficultà, quale è in tutti i principati nuovi: che gli uomini mutano volentieri signore, credendo migliorare; e questa credenza li fa pigliar l'arme contro a chi regge: di che s'ingannano, perchè veggono poi per esperienza aver peggiorato. Il che dipende da un'altra necessità naturale ed ordinaria, quale fa che sempre bisogni offendere quelli di chi si diventa nuovo principe, e con gente d'arme e con infinite altre ingiurie che si tira dietro il nuovo acquisto. In modo che ti trovi avere inimici tutti quelli che tu hai offesi in occupare quel principato, e non ti puoi mantenere amici quelli che vi ti hanno messo per non li potere satisfare in quel modo che si erano presupposto, e per non potere tu usare contro di loro medicine forti, sendo loro obbligato; perchè sempre, ancora che uno sia fortissimo in sugli eserciti, ha bisogno del favore dei provinciali ad entrare in una provincia.
2. Per queste ragioni Luigi XII, re di Francia, occupò subito Milano, e subito lo perdè, e bastarono a torglielo la prima volta le forze proprie di Lodovico; perchè quelli popoli che gli avevano aperte le porte, trovandosi ingannati della opinione loro e di quel futuro bene che si aveano presupposto, non potevano sopportare i fastidi del nuovo principe. É ben vero che, acquistandosi poi la seconda volta i paesi ribellati, si pérdono con più difficultà, perchè il signore, presa occasione dalla ribellione, è meno rispettivo ad assicurarsi con punire i delinquenti, chiarire i sospetti, provvedersi nelle parti più deboli. In modo che se a far perdere Milano a Francia bastò la prima volta un duca Lodovico che romoreggiasse in su i confini, a farlo dipoi perdere la seconda gli bisognò avere contro il mondo tutto, e che gli eserciti suoi fussero spenti e cacciati d'Italia; il che nacque dalle cagioni sopradette. Nondimeno e la prima e la seconda volta gli fu tolto. Le cagioni universali della prima si sono discorse: resta ora a dire quelle della seconda, e vedere che rimedii lui ci aveva, e quali ci può avere uno che fusse ne'termini suoi, per potersi mantenere meglio nello acquisto che non fece il re di Francia.
3. Dico pertanto che questi stati i quali, acquistandosi, si aggiungono a uno stato antico di quello che acquista, o sono della medesima provincia e della medesima lingua, o non sono. Quando e'siano, è facilità grande a tenerli, massime quando non siano usi a vivere liberi; e a possederli sicuramente basta avere spenta la linea del principe che li dominava, perchè nelle altre cose, mantenendosi loro le condizioni vecchie, e non vi essendo disformità di costumi, gli uomini si vivono quietamente, come si è visto che ha fatto la Brettagna, la Borgogna, la Guascogna e la Normandia, che tanto tempo sono state con Francia; e benchè vi sia qualche disformità di lingua, nondimanco i costumi sono simili, e si possono tra loro facilmente comportare; e chi le acquista, volendole tenere, debbe avere due rispetti: l'uno, che il sangue del loro principe antico si spenga; l'altro, di non alterare nè loro leggi, nè loro dazi, talmente che in brevissimo tempo diventa con il loro principato antico tutto un corpo.
4. Ma quando si acquistano stati in una provincia disforme di lingua, di costumi e di ordini, qui sono le difficultà, e qui bisogna avere gran fortuna e grande industria a tenerli; ed uno de'maggiori rimedii e più vivi sarebbe che la persona di chi gli acquista vi andasse ad abitare. Questo farebbe più sicura e più durabile quella possessione, come ha fatto il Turco di Grecia, il quale, con tutti gli altri ordini osservati da lui per tener quello stato, se non vi fusse ito ad abitare, non era possibile che lo tenesse. Perchè standovi, si veggono nascere i disordini, e presto vi si può rimediare; non vi stando, s'intendono quando sono grandi, e non vi è più rimedio. Non è, oltre a questo, la provincia spogliata da'tuoi uffiziali; satisfannosi i sudditi del ricorso propinquo al principe, donde hanno più cagione di amarlo volendo essere buoni, e volendo essere altrimenti, di temerlo. Chi degli esterni volesse assaltare quello stato, vi ha più rispetto; tanto che, abitandovi, lo può con grandissima difficultà perdere.
5. L'altro migliore rimedio è mandare colonie in uno o in due luoghi, che siano quasi le chiavidi quello stato; perchè è necessario o far questo o tenervi assai gente d'arme e fanterie. Nelle colonie non ispende molto il principe, e senza sua spesa o poca ve le manda e tiene, e solamente offende coloro a chi toglie i campi e le case per darle a'nuovi abitatori, che sono una minima parte di quello stato, e quelli che egli offende rimanendo dispersi e poveri, non gli possono mai nuocere; e tutti gli altri rimangono, da una parte, non offesi, e per questo si quietano facilmente; dall'altra, paurosi di non errare per timore che non intervenisse a loro come a quelli che sono stati spogliati. Conchiudo che queste colonie non costano, sono più fedeli, offendono meno, e gli offesi, essendo poveri e dispersi, non possono nuocere, come è detto. Per il che si ha a notare che gli uomini si debbono o vezzeggiare o spegnere, perchè si vendicano delle leggieri offese; delle gravi non possono; sicchè l'offesa che si fa all'uomo deve essere in modo che la non tema la vendetta.
6. Ma tenendovi in cambio di colonie genti d'arme, si spende più assai, avendo a consumare nella guardia tutte l'entrate di quello stato, in modo che l'acquistato gli torna in perdita, ed offende molto più, perchè nuoce a tutto quello stato; tramutando con gli alloggiamenti il suo esercito, del quale disagio ognuno ne sente, e ciascuno gli diventa inimico, e sono inimici che gli possono nuocere, rimanendo battuti in casa loro. Da ogni parte adunque questa guardia è inutile, come quella delle colonie è utile.
7. Debbe ancora chi è in una provincia disforme come è detto, farsi capo e difensore de'vicini minori potenti, ed ingegnarsi d'indebolire i più potenti di quella guardarsi che per accidente alcuno non v'entri un forestiere potente quanto lui: e sempre interverrà che vi sarà messo da coloro che saranno in quella malcontenti, o per troppa ambizione, o per paura; come si vide già che gli Etoli messero i Romani in Grecia; ed in ogni altra provincia che loro entrarono, vi furono messi da'provinciali. E l'ordine delle cose è che subito che un forestiere potente entra in una provincia, tutti quelli che sono in essa meno potenti gli aderiscono, mossi dalla invidia che hanno contro chi è stato potente sopra di loro. Tanto che, rispetto a questi minori potenti, egli non ha a durare fatica alcuna a guadagnarli, perchè subito tutti insieme volentieri fanno massa con lo stato che egli vi ha acquistato. Ha solamente a pensare che non piglino troppe forze e troppa autorità, e facilmente può con le forze sue e con il favor loro abbassare quelli che sono potenti per rimanere in tutto arbitro di quella provincia. E chi non governerà bene questa parte, perderà presto quello che arà acquistato, e mentre che lo terrà, vi arà dentro infinite difficoltà e fastidi.
8. I Romani, nelle province che pigliarono, osservarono bene queste parti, e mandarono le colonie, intrattennero i meno potenti, senza crescere loro potenza, abbassarono i potenti, e non vi lasciarono prendere riputazione a'potenti forestieri. E voglio mi basti solo la provincia di Grecia per esempio. Furono intrattenuti da loro gli Achei e gli Etoli, fu abbassato il regno dei Macedoni, funne cacciato Antioco; nè mai i meriti degli Achei o degli Etoli fecero che permettessero loro accrescere alcuno stato, nè le persuasioni di Filippo gl'indussero mai ad essergli amici senza sbassarlo, nè la potenza di Antioco potè fare gli consentissero che tenesse in quella provincia alcuno stato. Perchè i Romani fecero in questi casi quello che tutti i prìncipi savi debbono fare, i quali hanno ad aver non solamente riguardo agli scandali presenti, ma ai futuri, ed a quelli con ogni industria riparare, perchè prevedendosi discosto, facilmente vi si può rimediare, ma aspettando che ti si appressino, la medicina non è più a tempo, perchè la malattia è divenuta incurabile, ed interviene di questa, come dicono i fisici dell'etico, che nel principio del suo male è facile a curare e difficile a conoscere, ma nel progresso del tempo, non l'avendo nel principio nè conosciuto, nè medicato, diventa facile a conoscere e difficile a curare.
9. Così interviene nelle cose dello stato, perchè conoscendo discosto (il che non è dato se non ad un prudente) i mali che nascono in quello si guariscono presto: ma quando, per non gli aver conosciuti, si lasciano crescere in modo che ognuno li conosce, non vi è più rimedio. Però i Romani, vedendo discosto gl'inconvenienti, vi rimediarono sempre, e non li lasciarono mai seguire per fuggire una guerra, perchè sapevano che la guerra non si leva, ma si differisce a vantaggio d'altri; però vollero fare con Filippo ed Antioco guerra in Grecia per non l'avere a fare con loro in Italia, e potevano per allora fuggire l'una e l'altra; il che non vollero: nè piacque mai loro quello che tutto dì è in bocca de'savi de'nostri tempi: godere li benefici del tempo, ma sibbene quello della virtù e prudenza loro, perchè il tempo si caccia innanzi ogni cosa, e può condurre seco bene come male, e male come bene.
10. Ma torniamo a Francia, ed esaminiamo se delle cose dette ne ha fatto alcuna; e parlerò di Luigi, e non di Carlo, come di colui del quale per aver tenuta più lunga possessione in Italia, si sono meglio veduti i suoi andamenti, e vedrete come egli ha fatto il contrario di quelle cose che si debbono fare per tenere uno stato disforme.
11. Il re Luigi fu messo in Italia dalla ambizione de'Viniziani, che volsero guadagnarsi mezzo lo stato di Lombardia per quella venuta. Io non voglio biasimare questo partito preso dal re, perchè volendo cominciare a mettere un piede in Italia, e non avendo in questa provincia amici, anzi sendogli per i portamenti del re Carlo serrate tutte le porte, fu forzato prendere quelle amicizie che poteva, e sarebbegli riuscito il pensiero ben presto quando negli altri maneggi non avesse fatto errore alcuno.
12. Acquistata adunque il re la Lombardia, si riguadagnò subito quella riputazione chegli aveva tolta Carlo; Genova cedè; i Fiorentini gli diventarono amici; marchese di Mantova, duca di Ferrara, Bentivogli, madonna di Furlì, signore di Faenza, di Pesaro, di Rimino, di Camerino, di Piombino, Lucchesi, Pisani, Sanesi, ognuno se gli fece incontro per essere suo amico. Ed allora poterono considerare i Viniziani la temerità del partito preso da loro, i quali per acquistare due terre in Lombardia, fecero signore il re di due terzi di Italia.
13. Consideri ora uno con quanta poca difficultà poteva il re tenere in Italia la sua riputazione se egli avesse osservate le regole sopradette, e tenuti sicuri e difesi tutti quelli suoi amici i quali, per essere gran numero e deboli e paurosi chi della Chiesa, chi de'Viniziani, erano sempre necessitati a star seco, e per il mezzo loro poteva facilmente assicurarsi di chi ci restava grande. Ma egli non prima fu in Milano che fece il contrario, dando aiuti a papa Alessandro perchè egli occupasse la Romagna. Nè si accorse che con questa deliberazione faceva sè debole, togliendosi gli amici e quelli che se gli erano gettati in grembo, e la Chiesa grande, aggiungendo allo spirituale, che gli dà tanta autorità, tanto temporale. E fatto un primo errore, e' fu costretto a seguitare, intanto che, per porre fine all'ambizione di Alessandro, e perchè non divenisse signore di Toscana, gli fu forza venire in Italia.
14. E non gli bastò aver fatto grande la Chiesa e toltisi gli amici, che per volere il regno di Napoli lo divise con il re di Spagna, e dove egli era primaárbitro d'Italia, vi messe un campagno, acciocchè gli ambiziosi di quella provincia e malcontenti di lui avessero dove ricorrere; e dove poteva lasciare in quel regno un re suo pensionario, egli ne lo trasse per mettervi uno che ne potesse cacciar lui. É cosa veramente molto naturale e ordinaria desiderare di acquistare; e sempre quando gli uomini lo fanno che possono, ne saranno laudati, e non biasimati; ma quando non possono, e vogliono farlo ad ogni modo, qui è il biasimo e l'errore. Se Francia adunque con le sue forze poteva assaltare Napoli, doveva farlo; se non poteva, non doveva dividerlo. E se la divisione che fece co'Viniziani di Lombardia meritò scusa, per aver con quella messo il piè in Italia, questa meritò biasimo, per non essere scusato da quella necessità.
15. Aveva adunque Luigi fatto questi cinque errori: spenti i minori potenti, accresciuto in Italia potenza a un potente, messo in quella un forestiere potentissimo, non venuto ad abitarvi, non vi messo colonie. I quali errori, vivendo lui, potevano ancora non lo offendere se non avesse fatto il sesto di torre lo stato a'Viniziani, perchè quando non avesse fatto grande la Chiesa, nè messo in Italia Spagna, era ben ragionevole e necessario abbassarli; ma avendo preso quelli primi partiti, non doveva mai consentire alla rovina loro, perchè sendo quelli potenti, arebbero sempre tenuti gli altri discosto dalla impresa di Lombardia, sì perchè i Viniziani non vi arebbero consentito senza diventarne signori loro, sì perchè gli altri non arebbero voluto torla a Francia per darla a loro, e andarli ad urtare ambedue non arebbero avuto animo. E se alcun dicesse: il re Luigi cedè ad Alessandro la Romagna ed a Spagna il Regno per fuggire una guerra, rispondo con le ragioni dette di sopra: che non si debbe mai lasciar seguire un disordine per fuggire una guerra, perchè ella non si fugge, ma si differisce a tuo disavvantaggio. E se alcuni altri allegassero la fede che il re aveva data al papa di far per lui quella impresa per la risoluzione del suo matrimonio e per il cappello di Roano, rispondo con quello che per me di sotto si dirà circa la fede dei prìncipi, e come ella si debba osservare.
16. Ha perduto dunque il re Luigi la Lombardia per non avere osservato alcuno di quelli termini osservati da altri che hanno preso province e volutele tenere. Nè è miracolo alcuno questo, ma molto ragionevole ed ordinario. E di questa materia parlai a Nantes con Roano, quando il Valentino, che così volgarmente era chiamato Cesare Borgia, figliuolo di papa Alessandro, occupava la Romagna; perchè, dicendomi il cardinale Roano che gli Italiani non s'intendevano della guerra, io gli risposi che i Francesi non s'intendevano dello stato, perchè, intendendosene, non lascerebbero venire la Chiesa in tanta grandezza. E per esperienza si è visto che la grandezza in Italia di quella e di Spagna è stata causata da Francia, e la rovina sua è proceduta da loro. Di che si cava una regola generale, la quale mai o di rado falla: che chi è cagione che uno diventi potente, rovina: perchè quella potenza è causata da colui o con industria o con forza, e l'una e l'altra di queste due è sospetta a chi è divenuto potente.